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Spazzatura cosmica, non è difficile sentirsi spazzatura cosmica. Mi guardo allo specchio, sono immondizia errante. Oggi è una giornata di merda, niente studio, perdo tempo, sensi di colpa, nuvole, freddo, pioggia... o forse era la doccia, ho i capelli bagnati, tre giorni di barba incolta, labbra screpolate, tosse con catarro.
Vorrei evitare di sentirmi in questo stato ed invece regolarmente, per qualche inspiegabile motivo, ci casco sempre. Oggi però non me ne frega un cazzo ho un nuovo disco di heavy metal che mi spiana le cervella. Lo metto su la mattina, e la mattina viene su da sola. I calzini, un pantalone sdrucito, la camicia e quella vecchia giacca che non mettevo più da tempo. Devo assolutamente uscire. Vado in biblioteca, si certo, a cercare qualche libro stimolante. Fotografare il nudo femminile. Ma no! Ho bisogno di leggere qualcosa che mi cambi l'esistenza... che so... filosofia orientale? Perché no, voglio imparare ad assottigliare l'ego, come fanno i buddisti, sopprimere gli istinti e riuscire ad agire seguendo il flusso degli eventi.
Ci penso seriamente, ma in fin dei conti del nirvana non m'interessa un cazzo, sono un vizioso, mi piace il fois-gras, la zuppa di seppie affogate, adoro il profumo del vino, le donne e fare sesso.
Alzo il volume, il metallo si fa più fluido, come mercurio, lucido, mi scorre nel canale vertebrale giù per i nervi fino alle estreme terminazioni nervose.
Talvolta l'esaltazione che provo mi terrorizza.
Infervorato mi capita di fare pensieri politici, o di pensare alle correnti sociali, al mio rapporto col mondo, pensieri importanti insomma. Ma il più delle volte provo solo rabbia e il risultato sono tante idee confuse, disordinate, al tal punto da generare in me un desiderio di distruzione. E se un giorno perdessi il controllo gettando una sedia addosso al vetro di una finestra? L'impulso mi è già venuto. Megalomania di potenza generata dall'adrenalina.
Finisce il disco. Esco di casa.
Ho "il trucco" in tasca, un pratico walkman che mi tiene sospeso in un mondo musicale parallelo. Mi siedo nel bus al solito posto, in fondo a sinistra. Cado in un plasma di visionarie creazioni della mente. Con violenza sento il fiume di pensieri riprendere la sua prepotente corsa fra le rapide del mio sistema nervoso.
Ho delle immagini in testa. Il giocoliere di ghiaccio tenta di sedurmi con la sua chitarra elettrica, facendo assoli con un eccezionale e logico virtuosismo. Costellazione di Orione, la nebulosa, nella spada del guerriero, con il suo risplendente colore rosso si riversa nella mia coscienza come succo al sapore di granatina. I cammelli interstellari carichi dei loro islamici fardelli viaggiano veloci sulle rotte di transizione temporale.
Qualcosa mi strappa dal sogno, scaraventandomi villanamente nella realtà.
C'è un vecchio blaterante che si agita, vuole il mio posto. Sollevo la cuffia in tempo per sentire il suo disprezzo espresso con un tagliente commento al mio chiaro aspetto trasandato. Come? La mia barba? Ma vaffanculo! Mi rimetto la cuffia, e soprattutto resto seduto, non sarebbe valso il premio di una ipocrita gratitudine. Il barometro interno della tensione è giunto al limite massimo. Sento il mercurio salire alle tempie, sembra bollire. Il vecchiaccio rattrappito è esausto, disperato. Stare in piedi lo sfinisce. Se sapesse quanto sarebbe stato facile. Sarebbe bastata una richiesta gentile e certamente avrei ceduto il posto. Purtroppo non scendo a compromessi con la arroganza, con la violenza.
Turbina la gente. Alla fermata scendono due sciatte signore con le loro buste della spesa stracolme, sale un gruppo di bambini, un uomo in doppio petto non fa altro che vagare da un punto all'altro dell'autobus, è agitato, ha l'aria di essere infastidito dal continuo pigiapigia.
Una brusca frenata, una signora con una grande parrucca bionda perde l'equilibrio, rovinando addosso ad un giovane studente.
- Mi scusi!
- Prego, si figuri signora, aspetti che l'aiuti.
Penso. Ma certo, come no, ricomincia ancora, ci prova gusto? Vuole calpestarmi i piedi? Ne ho due e il divertimento è raddoppiato. Si accomodi... su avanti... con i tacchi...!
A volte per eccesso di cortesia assumiamo atteggiamenti buffamente ed inutilmente rispettosi.
Ancora una fermata.
Scatta il pulsante, richiesta di fermata, mi alzo. Davanti alle portiere centrali c'è una fresca sedicenne, bruna con un sederino succulento. Le sue natiche, perfette, hanno magnetizzato la mia attenzione. Guardo, si guardo, maniacalmente facendo finta di niente. Si aprono le porte, scendo, sono sul marciapiede, finisce il brano, ho il corpo rigido come una lama di coltello.
L'affollamento, no che dico, l'accatastamento di gente, l'ammasso di carne umana, il mescolarsi delle esalazioni corporee, vapori ormonali carichi di seducenti molecole ferormoniche mi hanno precipitato uno stato di tensione nervosa.
Immaginate una scatola da scarpe. Mettiamoci due innocenti topolini. Questi, per natura, riusciranno a spartirsi lo spazio disponibile. Mettiamo, invece, trenta topi nella stessa scatola. La carneficina è garantita.
Una autobus non è altro che una grande scatola con le ruote. Noi viaggiamo accalcati, strattonati, pestati in ottanta, novanta, cento e come ai topi capita di scannarci. A volte immaginiamo solo di farlo. Ma questo non basta a liberare la tensione, lo stress.
Per catalizzare la tensione, fortuna, ho la musica. La musica. Possiedo la musica con il cuore e col cervello. Una perfetta convivenza fra la razionale disposizione delle note e l’emotività dell’interpretazione, substrato vitale del sentimento. La musica fa da catalizzatore a molti miei pensieri.
Il walkman mi consente di avere una personale colonna sonora della vita. Malauguratamente una vita che assomiglia sempre di più ad un film di terza categoria, niente giochi di luce, pellicola in bianco e nero, assenti i movimenti di macchina, la scena sembra fissa, insomma… il regista è uno stronzo.
E' ancora presto, la biblioteca è chiusa. Ecco, la bibliotecaria, mi vede, ha capito. Posso entrare? Come? Devo aspettare ancora cinque minuti? Eh, già, un tempo che fa una differenza abissale. Tecnicamente sappiamo entrambi che non ci sarebbe nessun problema. E' solo un fatto burocratico al quale sembriamo fatalmente obbligati. Certe persone rasentano il ridicolo con quel loro attaccamento morboso ai regolamenti. Con quella loro metodica pignoleria, incapaci di essere elastici quel tanto che basterebbe a non rendere la convivenza una questione problematica. Mi adatto, aspetto, ma ripenso all'impulso di gettare una sedia attraverso una finestra a vetri. Un crepitio sfrigolante di migliaia di pezzi di vetro che volano, luccicanti, tagliando l'aria. Il fragore dei frammenti che cadono in terra. Il tonfo della sedia sul cemento. L'odio mi esplode nella testa con il rombo di un tuono covato in una sorda notte invernale per essere partorito come ruggito animale.
Passano i minuti. Finalmente posso entrare. Qui si parla piano ovviamente, non si può fumare, ma per me non è un problema, fumerò più tardi.
Entra Luca.
- Ehi, come va?
La domanda è di rito ma casca bene perché si sta soffiando il naso. Probabilmente è raffreddato.
- Male, ho il naso chiuso e l'emicrania.
- Sinusite?
- Già! Nonostante gli antibiotici mi sento rincoglionito.
Questo fottuto freddo invernale ha colpito un po' tutti. La sala di lettura si è riempita di malaticci e febbricitanti. Intorno a me si celebra uno spettrale festival dei muchi. C'è chi espelle liquidi gialli pieni di coaguli e chi si libera di muchi verdi e densi. Celebriamo il giubileo dei catarri putridi e non solo, siamo tutti come ospiti infetti alla sagra delle flatulenze viscerali, è la festa per il grande trionfo della malattia, l'apoteosi dell'intossicazione da civilizzazione urbana.
Occhi lacrimosi, nasi irritati e rossi, labbra squamose, laringi infiammate, polmoni asfissiati che procedono con respiri affannosi, soffocati. Ossa e muscoli doloranti. Articolazioni che cigolano arrugginite.
Germi virulenti, volano nell'aria, ne siamo tutti contagiati. Germi che attaccano dall'interno e subdolamente annientano le difese interne consumando ogni energia vitale.
Ma tutto questo giustifica solo in parte lo stato di Luca, lui, infatti, ha la tendenza a lamentarsi di qualsiasi cosa. Ha sempre qualche valida ragione per lagnarsi, un egocentrico e paranoico motivo per essere scontento. Deve essere per questo che gli riesce bene il passatempo di cantare blues. Studia ingegneria edile, progetterà certamente abitazioni malinconiche.
- Scusa Luca, hai un fazzoletto?
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