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Alla biblioteca comunale, incontro vecchi amici, c'è anche Marco, ormai
ci conosciamo da quindici anni. Da dieci minuti vago insieme a lui fra
gli scaffali (e nella vita da quindici anni), vago fra i ragni e le
ragnatele, i libri polverosi, gli acari.
Alla biblioteca comunale, incontro vecchi amici, c'è anche Marco, ormai ci conosciamo da quindici anni. Da dieci minuti vago insieme a lui fra gli scaffali (e nella vita da quindici anni), vago fra i ragni e le ragnatele, i libri polverosi, gli acari.
Starnutisco.
Spulcio fra i libri in cerca di un tema che mi catturi. Mi affido al caso, guardo intorno senza seguire una logica: "Il giardino della signora Van Wood" di J. Samuelson Boyd. Mio Dio, ma a chi può interessare un romanzo qualunque di questo tipo? Offuscamento totale del cervello.
Passo oltre.
Mi affido ancora al caso. Cerco la chiave magica che mi cambi la vita.
"Destini a confronto" di Christine Jane Edmontal. Altisonante, impegnativo, duramente realistico, ma... finto! Un prodotto di consumo. Meditabondo e muto continuo a cercare. Adesso, lo so, Marco comincerà con uno dei suoi teatrali eloqui per rompere questo ingombrante silenzio.
‑ Mmm, questi libri in ordine alfabetico, non li sopporto. Preferisco la mia camera dove tutto è in disordine ma so dove sta ogni cosa.
‑ Che cerchi?
‑ José Farmer, voglio leggere qualcosa di consistente, di corposo. Ah, eccolo!
Lo vedo si china a frugare al primo ripiano. Io continuo a vagare, cambio settore senza cercare niente in particolare.
In modo apparentemente casuale dico:
‑ Ho vinto al lotto!
Lascio che il silenzio faccia il resto, ma sembra non aver capito o almeno finge.
‑ E' la seconda volta. Il sistema che ho escogitato funziona bene.
‑ Quanto hai vinto?
‑ Duecentocinquanta bombe!
‑ Su quanto,... cioè... quanto hai giocato?
‑ E' un sistema che non rivoluziona la vita, serve solo ad alzare qualche soldo in più alla settimana.
‑ Si ma quanto hai giocato?
‑ Diecimila su tutte le ruote.
‑ Mmmm!
Un silenzio che disturba, non abbiamo più nulla da dirci, lo sa anche lui. Entrambi continuiamo a frugare distrattamente fra gli scaffali.
- Vuoi leggere qualcosa di corposo? "L'albero di Hogan" di un certo K. Michael Stoneman. Ti stuzzica?
- Che?
- Stoneman, il grande Stoneman. Ma come? Non lo conosci?
Riconosce il mio tono ironico... ma non lo apprezza.
- Mmmm! Vado al cesso!
‑ Io vado a prendere un caffè.
Il caffè plasticoso del distributore costa poco ma funziona. Mi sono assuefatto al suo sapore ma ho il sospetto che sia la causa delle afte nella bocca, quelle microscopiche ulcerazioni che danno un senso di bruciore anche quando bevo acqua. Prima si gonfiano, poi per un fenomeno di autodistruzione dei tessuti che si perforano fino a formare un profondo forellino bianchiccio con un alone rosso tutto intorno. Tuttavia ho bisogno del caffè per rimanere sveglio, quindi, non mi resta altro che scendere a compromessi con le afte.
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Il caffè plasticoso del distributore costa poco ma funziona. Mi sono
assuefatto al suo sapore ma ho il sospetto che sia la causa delle afte
nella bocca, quelle microscopiche ulcerazioni che danno un senso di
bruciore anche quando bevo acqua. Prima si gonfiano, poi per un
fenomeno di autodistruzione dei tessuti che si perforano fino a formare
un profondo forellino bianchiccio con un alone rosso tutto intorno.
Tuttavia ho bisogno del caffè per rimanere sveglio, quindi, non mi
resta altro che scendere a compromessi con le afte.
Stac! Il bicchiere prende posto sotto l'erogatore di bevande. Schfuzzzz! Lo zucchero cade nel bicchiere.
Gneo! Gneo! Gneoooo! Un remoto movimento d'ingranaggi. Il caffè
comincia a scendere, regolare, fino a riempire un quarto del bicchiere.
Click cade la paletta di plastica.
Pronto. Con la paletta comincio a girare il caffè per far sciogliere lo zucchero.
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Marco esce dal bagno.
- Questo zucchero non si scioglie! Sembra di polistirolo!
- Mmmm, già ed ha pure un sapore strano. Hai mezzo sacco?
- Tieni!
STAC! SCHFUZZZZ! GNEO! GNEO! GNEOOO! Un caffè anche per Marco.
- .... tu almeno hai vinto. Sono tre settimane che annuncio gli ambi ma nessuno li gioca. L'ultima estrazione ho tentato di giocarne uno e ho perso.
- Non sei tu che li devi giocare ma qualcun altro, queste sono le contorte regole dell'occulto. Quando si possiedono dei poteri paranormali non si possono sfruttare per se stessi. Si può solo metterli disposizione degli altri.
- Si ma non sono io che incasso.
- Giusto, ma non c'è soluzione. E' come quando sogno i numeri. Se li gioco non escono, se non li gioco escono. E' una cosa che alla fine logora.
Preferisco affidarmi alle leggi della probabilità e a quelle della statistica.
Faccio qualche calcolo e mi gioco alcune sequenze. Vinco, ma pochi soldi. Riesco a pagarci appena il caffè di una settimana, la mia blanda droga quotidiana, una droga che solletica appena la mia fantasia. Quella creatività contorta pregna, ormai, solo delle mie paranoie e delle mie paure.
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