Bookmark and Share
03 - Caffè Nero Stampa E-mail
Valutazione utente: / 0
ScarsoOttimo 
Scritto da Giorgio Carrozzini   

Caffè nero per i miei neuroni...

.... le cellule nervose, il nervo ottico, la retina, le sclere bianche, venate di fragili capillari rossicci, la pupilla di tenebra scatta rapida sugli oggetti. Guardo intorno, la sala di lettura ha una grande finestra che si affaccia sulla vallata, una nebbia indefinita sbiadisce i colori sfocando il paesaggio all'orizzonte.
Le automobili che passano in lontananza sbucano da una curva per sparire dietro gli alberi come un inspiegabile mistero.
Provo a studiare, le equazioni parametriche del moto di caduta libera di un grave, risaltano vivide al centropagina e .... nella mia mente. L'evidenziatore verde svolge egregiamente il suo lavoro ora le equazioni risaltano ancora più vivide. Le vedo proiettate nel tempo: indietro nella storia, fra le pieghe del passato, e avanti nel futuro, a sostenere le architetture storte di acciaio e plastica. Avveniristiche, rispondono ad una statica millimetrica.

Annoto i pensieri, sono solo frammentari.
Il bisogno di riferimenti cartesiani è iscritto alla necessità di risolvere problemi pratici. Qualcuno un giorno inventò la macchina a vapore, qualcuno un giorno la perfezionò. Così la macchina a vapore viaggiò da un punto all'altro del mondo, viaggiò in tempi sempre più brevi. Anche il cibo fu soddisfatto in tempi minori. Diventammo tanti e tanti disoccupati con tanto tempo libero a disposizione. Ci inventammo i giochi di ruolo
perché privi di ruolo, maghi, alchimisti, fatine buone. Nelle ultime due ore ho cominciato a fare pericolosi giochi acrobatici coi pensieri traendone un sottilissimo piacere della psiche. Oh! i giochi mentali, che sublime erotismo senza sensi, non una necessità concreta, non il bisogno di risolvere un problema pratico. Adesso ci sono le equazioni parametriche che lavorano per noi, fanno lavorare le macchine, i robot, i frigocongelatori, le sementi selezionate, i cibi a lunga conservazione. Ora il cibo sembra essere garantito a tutti noi oligomineraldipendenti di questo sovrabbondante occidente. Ho sentito che da qualche parte alcuni ancora muoiono di fame, non mi sembra vero, il più delle volte lo dimentico. Siamo persi in questo mostruoso continuo alimentarci, vestirci, deodorarci, nel vorticoso risucchio dei supermercati, avvolti dalle onde radio di milioni di telefonini cellulari che non ci lasciano mai soli. Siamo ipnoticamente incapsulati nelle nostre teledipendenze, lasciandoci corrodere dallo zapping cibernetico e dalla videocomposizione pubblicitaria. Per quanto questa follia collettiva possa essere meravigliosamente esaltante non riesco a trovare un barlume di significato che mi consoli. Ma neanche riesco a scappare, sono imbrigliato, legato visceralmente come ad un cordone ombelicale e da questa civiltà materna traggo tutto l'oblio che mi serve per dimenticare. So che esiste un confine fra l'agire spregiudicato, disinibito ed un sano agire morale. Purtroppo fare un "distinguo" è impossibile perché questo confine è vago ed il paesaggio dei miei doveri è sfocato come quello collinare che vedo da questa finestra. La lucidità ingenua del pensiero infantile non presagiva nulla di tutto questo. Le hegeliane aspettative sulla vita, le sferiche idee della mente ora si sono disgregate. Le brucianti amarezze quotidiane, dolori, tradimenti, conflitti mai spenti, poi le disillusioni che come una spugna bagnata stemperano quelle minuziose rappresentazioni della mente. Le forme si deformano, i colori si mescolano, le tonalità forti stingono in delicate sfumature acquarello. Non più disegni netti, non più forme definite, scolorate macchie velano ora le certezze. La nebbia sembra muoversi, lentamente sembra alzarsi sopra gli alberi, oltre le cime dei cipressi, portando lontano le anime di un remoto cimitero. E le automobili continuano a scorrere rapide come globuli nei loro naturali capillari di cemento. Non vedo altro dietro questa apparente calma.
La mano sudata rilascia la penna.... e la tensione.
Torna la sonnolenza, le equazioni parametriche spariscono fra le righe di una prolissa spiegazione. Sento l'oppio adrenalinico del mio caffè cessare il suo fantasmagorico effetto visionario.
Ho bisogno di certezze, vorrei sapere più su Einstein o Russell, qualche storico personaggio. Magari potrei leggere qualche biografia. Ho bisogno di certezze.

Mi titillo il cervello con le solite costruzioni filosofiche ingenue, esili, impostate sul "beneficio del dubbio". Rottami di sicurezza.
La realtà concreta è un rovente ribollire di malessere e dolori acuti. L'apparenza inganna ma sotto una esile crosta, arde un crogiolo di terre laviche in ebollizione. In superficie c'è un ordine locale ma il disordine è ovunque. Basta alzare gli occhi sulla città. Ho visto lanciare granate su Sarajevo. Anche attraverso la televisione sentivo
microscopiche schegge di ferro entrarmi sotto la pelle, negli occhi, fino al cervello.
Ci si abitua a soffrire ma la ripetizione continua, ciclica dell'inquietudine genera una nausea viscerale, radicata nei compromessi quotidiani.
Chiudo il libro di fisica.
Uno scatto di nervi e mi trovo in piedi.... con il sommo disturbo di alcuni diligenti studiosi.
Mi premunisco dell'ennesimo caffè, un automatismo di cui non ho realmente bisogno. Ho innescato un meccanismo di dipendenza anche verso questa macchina, l'infernale distributore di bevande calde.
Vado a frugare fra gli scaffali, ma come al solito non seguo un ordine logico.
Migliaia di elucubrazioni mentali si aggrovigliano come risplendenti fili metallici. Ed anche pensieri di gomma, tubolarità contorte, ramificate ed interconnesse. Riflessioni come sifoni di compensazione, come valvole di sfogo con i loro cromati avvitamenti, come incastri a pressione. Giustificazioni e scuse triangolate a dovere con la congenita incapacità di vivere.
Questo non è pensare, questo è perdersi.
Distratto capito nel settore dell'arte. Scaffali carichi di grossi volumi rilegati con nomi altisonanti. Raffaello. Füssli. Vermeer.
Ecco, inspiegabilmente ho in mano una monografia dei quadri di Salvator Dalì. Questo, ovviamente aumenta il mio stato di agitazione.
- Bhé! Cosa cercavo?
Parlo da solo ad alta voce!
Scoprirsi a fare cose senza senso è come svegliarsi nel bel mezzo del sonnambulismo. Prima si prova stupore, poi terrore e quindi preoccupazione.
Codice alfanumerico di collocazione. Ripongo il libro sullo scaffale. Mi sporco le mani di una polvere granulosa che si appiccica mescolandosi al sudore delle mani. Sudore generato da un metabolismo accelerato, da una alta pressione sanguigna. Troppo caffè. Ora le mie mani odorano come quelle di mio padre. E' l'odore della tensione, lo riconosco. L'aroma della caffeina, della nicotina misto all'acre esalazione ormonale.

La tensione nervosa mi da la sensazione di camminare su una lastra di ghiaccio, scivolosa, levigata. Non posso muovermi, devo stare fermo, immobile, tenermi questa fetore sulle mani, lasciare che i batteri fermentino il sudore, aspettare che la tensione cessi. Un gesto sconsiderato su questo ghiaccio e  rischierei di spaccarmi la faccia. Ma, anche, non posso sprecare il mio tempo a vagare senza meta fra gli scaffali in cerca di un qualche punto fermo al quale ancorarmi.
Cerco uno scoglio abbastanza grande, così..., per potermi sedere. Una colonna di marmo, un blocco unico, senza crepe, che mi protegga quando il cielo precipita sul mondo facendo ripiegare la terra su se stessa. Una leva idraulica che agisca, con oli di pressione, a contrastare le calamità ambientali.
Un argano con le sue pulegge rotanti, che mi serva a spostare macigni e lastre di pietre metamorfiche. Gli ostacoli granitici dell'esistenza.
Continuando a divagare così non faccio altro che consolidare l'insicurezza.
E' fondamentale smettere di pensare.
Torno a studiare.

Commenti
Cerca
Solo gli utenti registrati possono inviare commenti!

3.26 Copyright (C) 2008 Compojoom.com / Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved."

 
< Prec.   Pros. >
RocketTheme Joomla Templates