Nuovamente in biblioteca. Sono due mesi, due aggrovigliatissimi mesi che vengo qui. Ogni giorno, ogni stramaledetto maledettissimo giorno. Un motivo come un altro per uscire di casa, per vedere facce nuove, sentire storie strane. Mi trovo qui perché non saprei dove andare, Perché non saprei come trascorrere il tempo.
Aimè, oggi, non ci sono novità. Il distributore del caffè è rotto. Nella sala di lettura sono esauriti i posti a sedere, ci sono persone nei corridoi, sugli scalini, al cesso, nel giardino se ne stanno li infreddoliti a fumare, anche loro per far passare il tempo.
Seduto a terra, in mano la solita autobiografia di Zappa, questa mattina però mi fa un po' male il culo, forse per colpa di quel brufolo che si è formato sulla chiappa destra. Cambio posizione, mi appoggio al termosifone caldo.
Getto un'occhiata all'ingresso. Entra Marco, ha gli occhi venati di rosso e nere occhiaie che sembrano essere disegnate a carboncino.
- Complimenti, chi ti ha dipinto la faccia?
‑ Gridi sempre!
‑ Sei in ritardo, io sto qui dalle nove.
‑ Non gridare, parla piano. Ho un mal di testa bestiale.
‑ Siete usciti ieri sera?
‑ No. No. Macché!
Si passa una mano fra i capelli, sembra un gesto di sofferenza....il mal di testa. Sbuffa.
- Siamo rimasti a casa mia, Vincenzo era un po' strano ed era da due settimane che non vedevo Valentino, abbiamo visto un film e ci siamo bevuti mezza bottiglia di grappino e mezza di Gran Marnier, era l'una quando se ne sono andati.
- Mmmmm!
- Ho letto fino alle tre meno un quarto, ho cominciato a riflettere seriamente su quel racconto....
‑ Cosa ne è venuto fuori?
‑ .... mi sono addormentato. La finestra era aperta e questa mattina la stanza era gelata.
‑ Poi ti lamenti del mal di testa. Quand'è che farai una vita regolare....?
‑ Senti, per piacere, la smetti di dire 'ste stronzate? Prima leggi l'autobiografia di Zappa, stai sempre seduto qui a terra, magari ieri mattina ti sei anche svegliato alle undici e poi mi parli di vita regolare....?
Tira fuori un fazzolettino di carta. Lo apre metodicamente con lo stesso gesto di sempre. Il suo modo di soffiarsi il naso è musicale, sinfonico direi. In biblioteca lo riconoscono tutti. A volte ci manca solo l'applauso finale e il bis.
- E poi sai che palle fare una vita regolare. Vuoi fare le stesse cose tutti i giorni? Bleaa!
- Hai ragione.
In realtà gli dico queste cose perché tento di convincere me stesso che un vita regolare sia davvero necessaria. Ho tentato in tutti i modi di chiudere il mio policromatico comportamento in una scatola quadrata e non ci sono mai riuscito. Una scatola obsoleta. Quando tentavo di mettere il coperchio uno dei miei ingombrantissimi tentacoli scappava via per cercarsi un nuovo spazio.
Vita regolare....? Potrei morire.
- Marco, hai idea di quanti dischi ho a casa? Fra cassette e compact disc credo di avere intorno ai cinquecento dischi. Per non parlare dei film. Ho almeno duecento tra film e serie televisive. Leggo fantascienza dall'età di tredici anni. Leggo testi che vanno dall'epistemologia alla gastronomia internazionale, dalla biologia ai fumetti d'autore. Sono capace di leggere testi in latino sulla tazza del cesso.
- Infatti, sei un artista.
- No, non capisci. La mia generalissima cultura è diventata la mia schizofrenia. Io sono tutte queste cose e non sono nessuna di queste in particolare. Sai perché ti parlo di vita regolare? Ebbene è perché ho paura! Paura di non avere appigli. Vorrei essere come il tabaccaio sotto casa. Alzarmi tutti i giorni alla stessa ora, fare sempre le stesse cose. Avere la sicurezza di non commettere mai errori. Il mio problema è che guardo troppo nel passato e troppo avanti nel futuro.
- Per fare che?
- Una vita regolare.... per non pensare troppo a chi sono, dove sono, cosa faccio e cosa farò.
- Mah!
- In me si combatte il desiderio di sicurezza con il desiderio di libertà. Il bianco e il nero, ne l'uno ne l'altro. Neppure il grigio mi soddisfa. Vorrei, che so, riuscire a fare pensieri banali come ... "arriva un momento nella vita di un uomo in cui è necessario prendersi le proprie responsabilità"... ed invece non ci riesco. Tutto ciò mi sembra banale e scontato, per questo lo rifiuto.
Soffro di intima superbia, un spropositata fiducia in me stesso, una fiducia mal riposta, indirizzata verso pensieri pericolosi, improduttivi.
Sono incosciente, è per questo che non riesco a fare neppure una scelta politica.
Faccio a botte nella metropolitana coi nazisti ma non mi ritrovo bene neppure coi comunisti. Allinearmi con una corrente di anarchici sarebbe un modo di accettare delle regole... una contraddizione in termini. Così scelgo di non allinearmi e di rimanere anarchico fino in fondo. Sono solo uno sbandato di periferia.
Accettare una vita regolare significa accettare l'imposizione di una legge. Invece lambicco astutamente ogni minimo stratagemma per dileguarmi dalla legge. Vivo di istinti di piccole astuzie finalizzate a soddisfare questi istinti. Una bestia.
Marco è scappato via, non mi sopporta quando comincio a fare queste apologie sulla mia sbrindellata esistenza. Detesto che mi facciano notare i conflitti che mi porto dentro. Marco è un esperto in questo.
Solitamente sono silenzioso, chiuso come una diga in cemento. Dritto, fermo, rigido. Parlo poco di me stesso. Sembro timido, sono solo represso. Lentamente e con continuità esce un flusso regolare d'acqua. Qualche lamentela qua e la, un commento sul malessere di vivere. Poi qualcuno mi da uno scossone, Marco sa bene come fare, e l'acqua che ho accumulato comincia a uscire da tutte le parti. Comincio a sfogarmi, la cascata irrompe improvvisa, roboante, irrispettosa. Parole, frasi, sentenze. Talvolta giudizi. E' la mia acqua, la mia anima inquieta. Il mio spirito ribelle. Quale potenze nascoste si celano dietro ai grandi repressi? Per me la carne è già una limitazione, è già un oltraggio alla mia libertà.
Un visionario come me non si accontenta di stare chiuso in una scatola di cartone. Io vorrei essere
pura energia, vorrei riuscire a schizzare via rapido attraverso il cosmo. Sogno di vedere il tramonto di fuoco su Mercurio, di gettarmi nelle maree gassose su Giove, viaggiare fino alle estremità della Via Lattea e saltare di galassia in galassia come una molla impazzita.
Se ci penso bene, dal mio punto di vista, una "vita regolare" è un fatto assolutamente improponibile.
Ma la domanda è: accetto l'insicurezza? Accetto il rischio?
La riflessione, come sempre, si chiude con un niente di fatto.
Ritorno al mio libro, alla mia noia. Forse alla mia autoimposta gabbia di mediocrità.
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