La solita gente. Le solite formalità.
- Salve! Come va?
- Teso, sai.... l'esame..... è alle porte e non riesco a studiare!
Pochi giorni ancora. Aspetto energie nascoste che stentano ad emergere.
I concetti sfuggono troppo facilmente. Sono come intorpidito. Cerco la concentrazione. So che per mantenere l'attenzione è sufficiente mettersi in pericolo diventando preda e cacciatore di se stessi.
E' un metodo. Mi punta il fucile in faccia, il tempo di emanare l'ultimatum stando attenti al cane del fucile. La timida sicurezza non si vede, è nascosta fra gli ingranaggi della mente, una subdola vigliaccheria dell'inconscio, un banalissimo senso di autoconservazione.
Dopo la minaccia sparo un colpo e poi un altro.
C'è lo sdoppiamento e paradossalmente devo esser lesto, rapido ad evitare la pallottola rovente. Mantengo la mente libera, lucida per evitare di cadere nell'oblio.
Il proiettile potrebbe sfigurarmi la faccia. Un buco in mezzo alla fronte. Fermo il viso contorto in una mossa di paura. La testa vuota, senza vita, rotola nel tunnel del tempo ormai accartocciato su se stesso: non ricordo del passato sterile; non percezione del presente puntiforme; non percorribili futuri.....
Questo gioco di preda e predatore è un gioco delicato, pericoloso, schizofrenico. Tuttavia basta riuscire ad essere onesti con se stessi. Spogliarsi, nudi, davanti allo specchio scoprendo pregi e difetti di un'esistenza in mutazione. Non sempre è facile essere sinceri, non sempre è possibile rendere efficace il meccanismo. Minuziosamente introspettivi nel guardarsi dentro.
Ci vuole una vena di follia e a questo punto la vita diventa un angosciante fuggire, un continuo rincorrere se stessi. Piangere nella notte senza riposo e poi ricominciare. Preparare un nuovo agguato e subirlo, rinascere dalle ceneri e continuare a correre. Correre per vivere e vivere per avere dei ricordi, saper che tagliarsi con una lama affilata fa male e che quel dolore è così caratteristico che determina il mio sentire. La cicatrice, bianca, spicca sulla pelle bruna, sta li a ricordare quel dolore. Provo uno strano affetto il ricordo di tale dolore. Ma non si può passare tutta la vita a ricordare.
E' possibile, anzi necessario, creare lo sfasamento fatale, tenere a mente quel senso di disagio interiore che smuove e genera l'impulso all'azione.
Le energie si scatenano e muovono le masse, i corpi si scontrano e nuove energie si liberano.
Estendo il mio pensiero verso rinnovati equilibri. Mi guardo intorno, si allarga, immenso, l'orizzonte. Analitico, esamino il moto rotatorio uniformemente accelerato. Vedo l'impulso di una forza che agisce sopra i corpi. Ci sono frattali in movimento, nubi che condensano, galassie che si scontrano. La logica gravitazionale dei sistemi planetari mi rasserena. Vedo i limiti della mia conoscenza. Mi fermo a contemplare, accettando l'infinito con serena compassione.
Guardo il libro, aperto sul tavolo difronte a me. Mastodontica la fisica mi opprime l'anima. Provo a studiare. Statici i concetti mi annoiano. Spesso mi perdo in fantasie del tutto illogiche.
Pagina novecentonove. Nove un numero sacro ai pitagorici, pesco a caso dal mio cervello e intravedo bagliori di magia.
Magia? Ho forse pensato alla Magia? Si, ma non come rito satanico per addomesticare la natura, bensì quale luce spirituale, bagliore misterioso che scaturisce della contemplazione. La gioia, un barlume di beatitudine terrena.
C'è quel domenicano arso al rogo che mi perseguita. Lo vedo compostamente seduto in una biblioteca. Accortamente disciplinato, apprende tutto ciò che legge. La sua furbizia è una memoria inestinguibile. Contempla e medita il senso della vita. A volte sembra vivere in comunione con la storia, lui stesso è la storia. Ecco, invidio il domenicano, la sua capacità di gestirsi il tempo. Il tempo. Un drago con occhi di fuoco, scaturito dalle viscere del mondo addenta feroce la giovinezza strappando brandelli di fresche carni, quelle dei miei cento padri, e le mie, sanguinolente. Lo vedo abbattersi sulle case, sopra i monumenti, le macchine a motore, consumando tutto ciò che trova al suo passaggio. Reverenza!
E' una strana sensazione fra l'orrido e il sublime.
Se non supero l'esame mi scaravento fuori da un balcone, giù dall'ottavo piano con un blocco di cemento attaccato al piede, sì al piede sinistro.
- Buffone!
Provo ancora a concentrarmi ma faccio uno sforzo immane.
Prendo il fucile. Carico un colpo e sparo. Posso fidarmi di me stesso? Sono ferito ad una spalla. Sanguino ma non sono morto. Non sono neppure agitato. Carico un altro colpo. Ricorro alle minacce. Devo studiare questo esame o lascio l'università. La minaccia è concreta, tangibile. Il colpo è andato a segno, dritto nella coscienza. Sento un moto nello spirito.
Mosso da un'istinto di rabbia canalizzo le mie forze verso l'obiettivo: superare l'esame. Ripetendo lo sforzo rimetto in moto la volontà. Finalmente arriva anche la capacità di concentrazione. Studio, mi spezzo i reni curvo sopra i libri. Pagine e pagine e pagine. Con il passare dei giorni studiare diventa una fissazione. Vado in biblioteca per inerzia, non parlo con nessuno evitando qualsiasi distrazione. Sono isolato dal mondo e dalla riflessione. Sono pura azione. Azione mentale. La disciplina dell'azione canalizza verso la continuità, la continuità genera coerenza, la coerenza forza.
Gli ultimi giorni trascorrono in un limbo senza lo spettro scarnificato di un misero sentimento, il deserto. Un deserto freddo, terre polari, ricoperte di ghiacci, di nevi polverose, pungenti, trasportate da venti taglienti come falci. Sono imbevuto di questa fredda umidità, è la fredda logica della scienza che sembra essere immune al consumarsi del tempo.
Seguo estenuanti ritmi di lavoro senza provare stanchezza, sono incosciente. Ripeto meccanicamente le decine di trattazioni scientifiche. Condizione necessaria e sufficiente. Proporzionale oppure inverso, tale che comunque è vero solo se si verificano le stesse condizioni. Apprendo dettagli, memorizzo costanti. A volte capisco perfino il significato profondo di alcuni concetti, ma sono solo barlumi di chiarezza. Schegge di verità frantumate.
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