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14 - Esame Stampa E-mail
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Scritto da Giorgio Carrozzini   
La corriera viaggia da due ore. Ormai ho l'impressione che sia il paesaggio a muoversi. Un albero, ancora un altro, un palo della luce, e di seguito altri cento. Una collina, la collina appresso, tre colline con i loro verdeggianti prati. L'autostrada solca come una ferita tutto questo verde.
Così come è facile ad abituarsi al movimento non è altrettanto facile tollerare certi estranei. Una donna accanto a me, una grassona polacca, puzzolente di vino, ha smesso di blaterare lamentosamente le sue disgrazie. Ora dorme. A tratti si sveglia e mi alita in faccia il suo disgusto per la vita, abbaiato in una lingua straniera che per quanto incomprensibile altrettanto espressiva. Il malessere della donna è chiaro. Questo, ovviamente, non mi aiuta a pensare positivamente. Ho repulsione, non tanto per il suo fetore, quanto per il suo stato fisico.
Chino la testa all'indietro, afflitto, sul poggiatesta e provo a dormire, la polacca si muove ancora e lancia un fragoroso peto. Sono due ore che va avanti così. Fortunatamente siamo quasi arrivati.
Il viaggio, la polacca, il caldo, il sudore, la sete, tutto questo fa parte del fare gli esami fuori sede. All'arrivo mi attende la battaglia, la lotta, l'esame per l'affermazione delle mie capacità. Tento di ricordare qualche nozione. A momenti mi sfuggono i concetti. E' un classico, si ha l'impressione di non sapere nulla.
Un carro funebre ci supera. Pessimo presagio, era vuoto e questo significa che "sta aspettando il
morto". Forse dovrei smetterla di essere superstizioso. La superstizione è un modo di attribuire le mie incapacità all'idea di un fato incontrollabile.
Ecco, stiamo uscendo dall'autostrada. Al casello un sistema radio percepisce l'arrivo del pullman. Automatica, la barriera, si alza. Da qui ci vuole ancora mezz'ora di viaggio. Al capolinea prenderò un taxi. Ci sarà il solito casino, una bolgia di gente impazzita.
Al pensiero dell'esame mi sento agitato ma devo riuscire a stare calmo. Respiro profondamente. La polacca non si muove più, non la sento più ansimare, sarà morta? Già la vedo scendere agli inferi, catabasi purificante. Vedo le sue grasse carni sfrigolare per l'eternità, le braccia e le mani bisunte gesticolare in preda alla catarsi.
Ho male al ginocchio, posso spostarmi, ma solo di qualche centimetro, la posizione è pressoché la stessa. Non riesco a trovare lo spazio per rimediare a questo dolore sempre più lancinante. Passano alcuni interminabili minuti poi, ad un tratto, la polacca si sposta, è come se avesse sentito il mio malessere lasciandomi lo spazio per muovere la gamba. Un punto in suo favore, sarei tentato di pensare che mi abbia lasciato spazio per gentilezza ma lei è solo ubriaca e tutto questo è solo un caso. Non c'è logica e quello che mi ha concesso se lo riprenderà con un rutto schifoso. Lei non è ne più ne meno ciò che è stata per tutto il viaggio.
Frugo nella tasca interna del giubbotto, trovo i fazzoletti di carta. Mi soffio il naso. La polacca si sveglia si gira sul fianco e si riaddormenta. Accartoccio la carta umidiccia per infilarlo nel picciolo posacenere davanti a me. Il moccicoso fazzoletto stenta ad entrare ma premendo bene
ecco che riesco a chiudere lo sportellino del posacenere.
Poveraccio, si, poveraccio l'uomo che dovrà pulire i posacenere. Dovrà tirare fuori il fazzoletto con le mani, imbrattarsi di viscido muco verde.
Perché mi preoccupo? Posso passare il mio tempo a preoccuparmi per gli altri?

Al capolinea salgo sul primo taxi che trovo.
Dico al tassista: - Facoltà di fisica. Grazie!
La città sembra fatta di soli sensi unici, di sensi obbligatori, di accessi vietati. E' snervante, sembra che per arrivare in facoltà si debba fare il percorso più lungo. Devo stare calmo. Devo annullare l'ego. Non pensare, ma essere. Lasciare che le cose avvengano da sole.

Finalmente arriviamo.
Pago il tassista. Il resto mancia... fa sempre bella figura.
All'entrata la solita folla formicolante, i soliti studentelli rimbecilliti, le matricole sprovvedute, impaurite. Le ragazzine isteriche con le loro borse laccate, i foulard, il taglio dei capelli all'ultima moda. C'è anche il fichetto che si crede un manager in carriera, lui la sua valigetta e il suo amato telefonino, scarpe lucide e una straboccante ignoranza. Guarda quella studentessa! Si aggiusta continuamente gli occhiali come se facesse fatica a vedere, a capire cosa fare e dove andare. Poi guarda l'orologio, ha lo sguardo terrorizzato. Alcuni professori affaccendati, un inserviente annoiato. Il cane del quartiere che piscia addosso ad un motorino in sosta. Un tizio impacciato mi urta, chiede scusa e se ne va. Si, è proprio la solita bolgia ma nella testa ho solo voglia di superare l'esame, quindi
entro in facoltà, sesto piano. Aula Rospo Bianconi, in memoria del, ormai, defunto professore.

L'attesa. Poi.... l'esame.

Il professore, incartapecorito mi pone le solite domande scontate. Il tono è formale, affettato, artificioso. Basta predisporsi a seguire un tono omologo, altrettanto costruito, artefatto. Ho il discorso impostato così mi accingo ad una prolissa e lenta spiegazione. Sostanzialmente fingo di sapere. Il mio non è un vissuto reale dal quale è nata una conoscenza personale, concreta. Tutto è basato su buona memoria ed un tocco di teatralità. E' come recitare, basta imparare la parte e il lavoro è fatto. Ho il copione in mente. Gesticolo le mie conoscenze per darne l'enfasi. Qualche parola ad effetto utilizzata per confondere l'avversario e molta calma mista a scioltezza di linguaggio. Mi sembra impossibile, vedo nella faccia del professore il risultato, riesco ad essere credibile. Il tono pacato, sereno ma deciso sottolinea la mia determinazione. E' come un messaggio subliminale, dritto all'inconscio del professore. L'ho convinto, l'ho ipnotizzato, l'ho raggirato. Questa volta ho rappresentato bene la mia parte. Mi sento un attore nato. Il tutto è riuscire a dare l'impressione di sicurezza. Fingere di sapere cose di cui non si ha la minima idea. Creo. Altre domande, solite risposte, il ciclo della verifica si chiude, l'ottusità meccanica del professore è soddisfatta, il mio metodo è incontestabile. L'esame è un evento da gestire, non da subire. Sembra un conclusione facile ma in realtà tutto nasce con l'esperienza. E' un trucco semplice, funzionale, ma che richiede anni di pratica.
Professore contento ed io promosso.
Qualche complimento dall'assistente, firmo il verbale. Ora, sono dall'altra parte. Da questo lato della situazione l'esame mi sembra davvero una sciocchezza. Ma nessun esame è difficile dopo averlo superato. Sembra invalicabile solo prima di affrontarlo. Uno spauracchio.
Un collega mi chiede qualche consiglio.
- Non ti preoccupare, - lo rassicuro - il professore è tranquillo, ti mette a tuo agio.....
Mio Dio, sembro tanto sicuro di me stesso, ma se lui sapesse la mia confusione.
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