Una lampadina? Incandescente il tungsteno, la resistenza sottile, il filo arrotolato che in tutta la sua banalità tecnologica permette di allungare i giorno, d'illuminare il buio allontanando le paure. Una di quelle ormai scontate, quotidiane, gratificazioni della tecnologia che consente di leggere, la sera, magari seduti in quella vecchia poltrona alla quale si è tanto affezionati.
Lampada, poltrona, il tappeto misto similcotone-polycrom-ammide-plastica-finto-persiano, il resto della stanza avvolto nella penombra, mi sento come al centro del mondo. Illusorio? Non ci penso. Rileggo incuriosito un mio vecchio diario. Evocativo! Parole e frasi cariche d'immagini, di sensazioni. Rileggo com piacere le tappe di un'evoluzione interna. Provo tenerezza per un me stesso ormai lontano. Nei miei diari parlo di qualsiasi cosa, non ho pudore. Talvolta rileggere certe cose è più vergognoso ed umiliante che non averle scritte. C'è la nudità di uno spirito immaturo, l'umana sofferenza del vissuto, poche gioie, pietre miliari incastonate nelle brecce di ordinari accadimenti. Poi ci sono le speranze, i sogni, i viaggi, il navigare sulle onde selvagge della fantasia.
Rivedo quell'adolescente sovreccitato parlare di grandi concetti, cose talmente grandi che non potevano stare tutte nella testa... la mia. Ricordo un trattato sull'aggregazione giovanile, rivedo tutta la sua infantile interpretazione antropologica, psicologica, filosofica, necroscopica, scopologica, logicistica, cistica.... purulenta.... lenta.
Solo tanta confusione.
All'epoca mi sono improvvisato saggista senza avere minimamente idea di cosa parlare. Il mio cervello era un crogiolo di pensieri sparsi, sconnessi, disarticolati. Non che ora sia cambiato molto, l'unica differenza sta nell'esperienza di essere passato attraverso problemi concreti. Ora so che l'esistenza è ben altro che pura teoria.
Conosco un ingegnere che non fa altro che progettare bulloni per autovetture. E' uno specialista. Non fa altro. Diventerà anche un ottimo saggista. Vedo già il titolo: "La dinamica del bullone Z sotto sforzo".
Grafici, tabelle, coefficienti, tarature d'efficienza, qualche commento sulle possibili applicazioni del nuovo modello, avveniristico, innovativo, essenziale per sviluppare quella tale o talaltra tecnologia.
La distruzione di un'esistenza per il bullone Z.
Mi sembra anche di sentire la sua voce, rombare come un tuono e farsi legge sopra la volontà di un figlio sprovveduto.
- Non discutere le mie decisioni...
Facendosi arbitro di un'esistenza impaurita.
- .... ho lavorato tutta una vita....- (sui bulloni di cui prima esaltazione e plauso ora solo pretesto si rinfaccio) il figlio muto, gravato del peso del passato, ascolta.
- ... una vita di sacrifici, tutto queto per te...
Una logica perversa, una dialettica ineluttabile, obbligatoria, come l'avvitamento del bullone, allo stesso tempo simbolo e contenuto di un'esistenza.
Ritorno al diario, narrativo a tratti, pieno di dettagli, pignolescamente introspettivo. Leggo con piacere e mi diverto a ricordare tanto logorroico entusiasmo.
Ecco alcune pagine di inutile polemica, uno sfogo, certamente un turpiloquio dove l'incertezza si solidifica, rigettata con vituperio ed infamanti calunnie di rabbia incontrollata.
Alcune note malinconiche su mio padre, troppe contorsioni mentali su Francesca, le sue bugie, la sua insicurezza, le mie paure segno evidente dello spazio mentale malignamente contaminato dalle sue incapacità.... diventate mie.
Qualche divertente scarabocchio, un esperimento fatto a penna, l'orma scura della noia, al telefono con un collega...bla, bla, bla, bla! Ore ed ore a palare di nulla, lamentarsi molto, non risolvere niente.
Un disegno fatto a matita, il viso di una donna immaginaria, occhio languido, viso angelico, profilo da sogno. Una materna figura scaturita dall'inconscio, dalle profondità della psiche.
Calligrafia che tradisce una impercettibile tensione emotiva. Tante parole, sempre le stesse. Ho l'impressione che manchi qualcosa. C'è una inconcludenza di fondo. Civiltà di parole è riempire i silenzi, affastellare concetti, un parlare a se stessi senza mai riuscire veramente a liberarsi delle angosce, senza superare le naturali incapacità di carattere.
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