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22 - Una posizione scomoda Stampa E-mail
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Scritto da Giorgio Carrozzini   
Un salto avanti, tre salti indietro. Due salti avanti ed uno a destra. E' palese che questo modo di procedere non ha nulla di logico. Due passi a destra, una capriola a sinistra. Ho perso il senso dell'orientamento. Non ho idea di dove mi trovo e dove sto andando. Sono due settimane che non studio, mi alzo tardi e la mattina invece di bere latte sgargarozzo una birra fredda, gassosa che mi blocca lo stomaco. Ancora tosse con catarro, muco nel naso, muco nella gola, ma da dove viene tutto questo muco... e dove deve andare. Non c'è spiegazione a questo muco. E' come il mistero che riguarda la polvere. Ci sarà pure un posto dove nasce la polvere. Un buco da dove esce per diffondersi su tutto il mondo. Tappiamo quel buco!
Carta igienica alla mano mi soffio il naso, per una faccia di culo come la mia non c'è nulla di più adeguato.
Sono dieci minuti che sono seduto su questa scomoda tazza del cesso e non riesco ad alzarmi. Anche questa mattina ho le solite gambe di gomma. Mi sento come una specie di invertebrato. Ma gli invertebrati strisciano ed io non ho neppure la forza di strisciare. Posso provare a rotolare nella vasca. Basterebbe accendere l'acqua fredda e tentare una terapia d'urto.
No. Pessima idea.
Aspetto altri cinque minuti. E mentre aspetto mi fisso sul rubinetto del lavandino. Tic, tic, tic, gocciola ritmicamente l'acqua. Sembra scandire i secondi, i minuti, i giorni. Tanti giorni quanti
quelli che ho trascorso seduto su questo cesso d'esistenza. Come soffro. Eppure non riesco a cambiare una virgola. E' una tragedia.
La casa è deserta e quando suona il telefono sembra un fremito. Il primo squillo è surreale come proveniente da lontano. Una eco.
Suona di nuovo, questa volta sembra aver acquistato materialità. Riesce a smuovermi qualcosa dentro. Suona ancora. Pare un grido.
Raccolgo le mie forze, è come svegliarsi da un lungo sonno. Mi alzo. Cammino lento e quando arrivo il telefono non suona più. Mugugno qualcosa, mugugno scocciato.
Non faccio in tempo a girarmi che il telefono squilla ancora.

- Pronto!
Una fitta al petto. E' lei.
- Ciao! Come stai?
- Sto male, grazie!
- Dormivi?
- No, ero al cesso!
- Senti.... se ti disturbo....
- Lascia stare, sono di pessimo umore. Tu? Dove stai?
- Bene.
- No, ti ho chiesto dove sei!
- Parigi. Ho trovato lavoro....
- Quando torni?
- Non so, dipende da quanto riesco a lavorare.
- Mi manchi!
- Io volevo solo sapere se stavi bene.
- Ti manco?
- Non ci penso.
- Stai con qualcuno?
Silenzio
- Forse non avrei dovuto chiamarti.
- Si, certo, sarebbe stato meglio......
Il mio astio è profondo, riaggancio senza salutare, non c'è altro da dire. Tutto quello che andava detto è stato detto.
Qualcosa di oscuro si agita in me. E' un desiderio di vendetta. Mi tremano le ginocchia, sono nervoso e allo stesso tempo debole. Ho bisogno di qualcosa. Le pasticche sono finite e non ho soldi. Torno al letto, voglio dormire, dimenticare.

Sono come una larva, arrotolato in una puzzolente coperta di lana verde, lana fredda, lana vecchia che punge la pelle delicata, sensibile, allergica. Ho fumato tutta la notte e l'odore si è impregnato ovunque, mi nausea. Ho i brividi che mi scorrono lungo la spina dorsale, improvvisi, come scosse elettriche. Sussulto ripetutamente in preda a scatti di nervi.
Per trovare una posizione più comoda mi giro sul fianco, passo il braccio sotto il cuscino, ci sono delle molliche di pane.... ormai il letto è diventato peggio di una tana per topi.
Continuo a girarmi per trovare una posizione più rilassante. Mi agito fino all'inverosimile, sono così nervoso che comincio ad avere anche i crampi. Ad un tratto ho le gambe intrecciate nella coperta, non posso muovermi. Con un gesto isterico, secco mi libero e finalmente come per magia sono a mio agio. Il sonno come una mano gigantesca e pesante si posa sul mio corpo.
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