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Scritto da Giorgio Carrozzini
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Il passo è breve, in un lampo ti trovi chiuso in una scatola. L'inesorabile scatola. Dentro c'è un corpo, il mio, immobile, sembra una statua di cera. Familiari le rughe, le macchie, le bianche cicatrici, le mie cicatrici. La peluria rada, sbiancata dai disinfettanti. Le palpebre chiuse sono gonfie e i globi oculari sembrano voler uscire dalle orbite.
Così sono morto, morto con l'ennesima amarezza nel petto. La vita, infatti, continua a scorrere imperturbata, contorta ed inspiegabile. Per me invece è finita. Già vermi, funghi e batteri sono all'opera. Distruggeranno pezzo a pezzo i tessuti, i muscoli nodosi, le cartilagini fibrose. Scaveranno fino ad arrivare agli organi più profondi fino agli involti intestinali, ai grassi parenchimi vescicolosi, i canali, le sacche piene di aspri umori. Succhieranno la linfa vitale fino a ridurla in polvere, grigia, cenere sterile.
Orrenda la colonia di minuscoli ragni sottoepidermici che si propaga cibandosi di viscide pelli e di piagate carni. Le cellule si sciolgono rilasciando i loro elementi primari, disperdendo acidi, acqua e sostanze minerali. Il plasma coagulato del mio sangue morto, nero, torna a fluidificarsi sotto l'effetto digestivo dei batteri. I liquidi, infetti, li vedo scorrere attraverso le porosità del legno, percolare nel cemento, attraverso lo stucco, la copertura in travertino del loculo.
Questa volta i tentacoli immobili non scappano più. Chiuso in questo cunicolo di morte e nessun irrefrenabile desiderio di vita potrà resuscitarmi, ne certamente io lo vorrei. Ora niente e nessuno può arrestare il lento procedere della decomposizione.
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